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Tra i sentimenti estremi della scrittura sacra, il più insistito dalla divinità è l'amore. "E amerai Iod tuo Elohim con tutto il tuo cuore, con tutto il tuo fiato e con tutte le tue forze" (Deuteronomio/Devarim 6,5). Tre volte tutto, tre volte la totalità delle energie, niente meno di questo è prescritto dall'amore. Non si fanno ribassi, sconti di stagione, chi non ha dato tutto non ha dato niente, la divinità è estremista. Sa che dal raschiamento a fondo delle forze, dalla spremuta anche dell'ultima caloria di amore poi riparte più forte la provvista. Chi non ha risparmiato niente avrà più spazio interiore per il rifornimento. Il più scrupoloso dispendio permette di aumentare l'accumulo seguente. La divinità è strategica con la creatura umana, la esige intera per poterla accrescere. Scatena l'amore, sentimento fondatore del monoteismo, amore che ne esclude ogni altro, sconosciuto prima. E' un moto tumultuoso, anche violento: tutte le divinità precedenti vengono cancellate. Il monoteismo estirpa come erbacce i culti e gli altari sparpagliati sulle coste del Mediterraneo. Lo zelo di chi ha assaggiato l'amore comandato in Deuteronomio/Devarim è incandescente, incenerisce idoli e sacerdoti. Non aspetta la loro estinzione ma sradica con impazienza: Elia al torrente Kishon scanna centinaia di ministri del culto di Baal.
A distanza di campo e di tempo dal fitto intervento della divinità dentro la storia minima della specie umana, si può ancora immaginare quella temperatura dell'amore sacro. Molti gradi più sotto se ne può comunque intendere la scala, alla cui sommità un cuore innamorato del suo unico Dio ardeva come il cespuglio di spine sul Sinai senza consumarsi. L'amore fissato nella scrittura sacra è oggi suolo praticabile perchè raffreddato a dovere, quanto una lava spenta. Ma un altro sentimento associato all'amore nella scrittura sacra è oggi remoto nei sensi, scaduto nei nervi: il timore verso la divinità. Il timor sacro è scomparso dalla relazione. La persona di fede si dà per emancipata dalla minaccia schiacciante di stare sotto l'onnipotenza. Si è fatta socia di minoranza di un bravo e bonaccione re padre e presidente del mondo, azionista di un'impresa comune. Il timor sacro è stato superato, relegato a superstizione. Ma che razza di sentimento sarebbe? La paura verso un castigo, una disgrazia, verso l'imprevedibile decreto che si abbatte su Giobbe devastandolo? Se così fosse, proprio Giobbe sarebbe il timorato perfetto, il terrorizzato principe, invece no, mai Giobbe teme, anzi ribatte e chiede regione a Dio del torto che subisce. Non è l'ammasso e l'inventario dei timori terreni, il timor sacro verso la divinità. E' al contrario quello di Abramo: di non più ascoltare la voce che lo raggiunse in Ur dei Caldei, di non essere più preso a braccetto e accompagnato fuori dalla tenda nella notte gremita di stelle ad ascoltare che così fitta, lucente e numerosa sarà la sua discendenza. Il timor sacro è quello di perdere contatto e relazione con la presenza amata. E' timore di amante, il chi ha fede, che la divinità ci sia e si manifesti. Ma la scrittura sacra narra innumerevoli casi della divinità volata altrove, che abbandona il popolo della sua alleanza. Innumerevoli volte nella scrittura sacra Dio non c'è. Il timore in quelle pagine è quello del suo abbandono, della sua volontà di separarsi. Racconto questi antichi sentimenti perchè sono il nervo perduto del mondo, che devitalizzato non fa più avvertire il distacco.
Si traffica la biologia indifesa del pianeta, la sua inerme vita, perchè non si ha più timore di perdere tutto, di retrocedere, perchè il progresso simula un perpetuo moto in avanti. E' invece, senza amore e timore, un moto in tondo, come succede ai passi nel deserto. Si manomette un embrione con lo stesso pretesto che giustifica l'uccisione di una balena, il fine scientifico. Così per un progresso, un profitto, un qualunque "pro" di proprietari, si scavalca la vita, la sua bellezza, l'amore aggiunto che essa contiene, il terrore della perdita. Allora nel più moderno dei tempi possibili, che al tramonto di oggi sarà già scaduto, è urgente il sentimento antico dell'amore-timore. La bellezza del mondo è sua sostanza, non decorazione, non merletto. E' proteina, non un colorante. La vita sprotetta, ignuda è campo di conquista. La volontà di potenza misura su di essa il grado di dominio. Unico antidoto è la nascita di una volontà opposta: di impotenza, disgusto verso poteri che dilagano dalla vita sociale sopra quella biologica di cellule, di acqua, alberi, nuvole, organi, embrioni. Suscitare volontà d'impotenza per ripudiare i "pro", Proci del mondo che spolpano Itaca in assenza di Ulisse. Sabotare la loro falsa legittimità, l'uniforme da parata dei poteri. Diffamare la volontà di potenza.
ERRIDELUCA in NudaVita VitaNuda (il corpo nell'epoca della sua riproducibilità) Novembre 2005 |